sabato 4 gennaio 2014

I 20 film da non perdere nel 2014

1.   THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorsese
2.   AMERICAN HUSTLE di David O. Russel
3.   NYMPHOMANIAC di Lars Von Trier
4.   THE BUTLER di Lee Daniels
5.   12 ANNI SCHIAVO di Steve McQueen
6.   NEBRASKA di Alexander Payne
7.   IDA di Pawel Pawlikowski
8.   SNOWPIERCER di Bong Joon-ho
9.   GREEN INFERNO di Eli Roth
10. THE ZERO THEOREM di Terry Gilliam
11. HER di Spike Jonze
12. TRANSCENDENCE di Wally Pfister
13. LOCKE di Steven Knight
14. MAPS TO THE STARS di David Cronenberg
15. ALLACCIATE LE CINTURE di Ferzan Ozpetek
16. NON BUTTIAMOCI GIU' di Pascal Chaumeil
17. FRUITVALE STATION di Ryan Coogler
18. A PROPOSITO DI DAVIS di Ethan e Joel Coen
19. DALLAS BUYERS CLUB di Jean Marc Vallée
20. MONUMENTS MEN di George Clooney

giovedì 19 dicembre 2013

Masterchef, si ricomincia!

Con la nuova edizione di Masterchef riprende anche l'attività di questo blog. Dopo la prima puntata è difficile fare commenti esaustivi anche perchè si tratta soltanto della fase di casting. Qualche spunto di analisi però lo possiamo trovare. 
Le due puntate sono state molto vivaci, senza nessun calo di tensione nè momento di stanca. Questo grazie ad un ottimo montaggio che come al solito rappresenta la vera cifra stilistica e distintiva di questo programma. I tre giudici sono stati più divertenti e sarcastici che cattivi; un piatto è volato, ma anche quello senza una vera arrabbiatura del buon Bastianich. Da spettatore spero che la severità dei giudici venga fuori con l'inizio della gara vera e propria. Questo lo prendiamo come un inizio un po' soft, giusto per entrare in clima, una sorta di riscaldamento pre-partita. 
Da notare, infine, la presenza delle solite storie molto costruite, casi umani per i quali provare compassione o pena che, a mio parere, se eccessivamente sceneggiate dagli autori rischiano di far perdere quel poco che ancora rimane di "illusione di realtà". 

venerdì 25 gennaio 2013

Daria Bignardi è troppo invasiva


A proposito della nuova edizione de Le Invasioni barbariche mi trovo piuttosto in disaccordo rispetto all'opinione espressa oggi sul Corriere da Aldo Grasso. A mio parere il programma nella sua nuova formula non funziona non tanto perché la presentatrice si senta ormai troppo scrittrice nè perché sia stata troppo morbida in alcune sue interviste. Il format non funziona per un motivo semplice: Daria Bignardi non è più una brava intervistatrice. Il suo approccio all'ospite appare sempre sbagliato; talvolta troppo morbido e accondiscendente, talvolta troppo distaccato e duro sembra non trovare mai una propria cifra stilistica. Con i tre giudici di Masterchef si fa prevaricare dalle domande incalzanti di Bastianich col quale praticamente inverte i ruoli; con Renzi ripete per 5 volte la stessa domanda formulandola in modo diverso senza ottenere la risposta che voleva dando così l'impressione di avere una scaletta molto rigida e di non sapere come andare avanti se le risposte che arrivano non sono quelle attese. Ma il peggio di sè, a mio parere, lo dà nell'intervista a Tiziano Ferro. Alle prime domande sulla sua storia d'amore finita sembrava Giovanni di Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba, quando insiste con Marina Massironi per sapere se è il suo fidanzato che l'ha lasciata; ci mancava che gli chiedesse se l'aveva tradito col suo migliore amico! Mette in difficoltà l'intervistato andando a scavare eccessivamente in fatti del tutto privati dei quali tra l'altro non ce ne importava proprio nulla. A un certo punto è proprio Ferro che le dice "basta con questo gioco al massacro". 


Insomma credo che per imparare a fare bene le interviste Daria Bignardi dovrebbe guardare ai grandi del passato come Enzo Biagi, oppure ai mostri sacri dell'intervista ironica come David Letterman e al di là di tutto cercare di dare al programma una cifra stilistica un po' più precisa e meno ondivaga. 

mercoledì 9 gennaio 2013

Non solo Masterchef - Vito con i suoi

Dato per assodato che il genere televisivo più seguito e prodotto attualmente è il Food show (o come si diceva una volta "il programma di cucina") e che il suo miglior esponente resta Masterchef, vorrei qui segnalare quella che ritengo una vera e propria chicca. C'è un programma sul canale Gambero Rosso (Sky 411) che si chiama "Vito con i suoi". I protagonisti sono il comico bolognese Vito (al secolo Stefano Bicocchi) e suo padre. Il programma è molto semplice: i due presentano una o al massimo due ricette per puntata e le cucinano insieme. Le cose che rendono questo programma interessante sono la semplicità della presentazione e della messa in scena, le genuinità che i protagonisti riescono a trasmettere e quel sapore di antico, di tradizione, di famiglia che ormai è sempre più raro. La simpatia del rapporto di Vito con il padre, le frasi in dialetto che si tenta di tradurre, l'evocazione del severo giudizio della madre presente soltanto in fotografia contribuiscono poi a donare un sorriso a chi guarda il programma. Un'altra particolarità è che le ricette che ci vengono proposte appartengono si alla tradizione bolognese/emiliana, ma soprattutto appartengono alla tradizione famigliare di Vito. E' questa la vera chiave del successo del programma, ovvero una famiglia come potrebbe essere quella dei nostri padri, dei nostri nonni, che apre le porte della propria cucina e ci fa entrare come ospiti graditi, una tradizione culinaria privata che viene tramandata ai figli e ai nipoti che altrimenti a fatica saprebbero che la pasta si può fare anche in casa, che i piatti per venire bene hanno bisogno di cura e soprattutto di tempo, questo maledetto tempo che sembra sempre sfuggirci e che invece bisogna ritrovare anche per cucinare, o quanto meno per dare un'occhiata a questo buon programma televisivo.

Ecco il link del programma per avere informazioni più dettagliate: http://www.gamberorosso.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=330143:vito-con-i-suoi&lang=it

martedì 8 gennaio 2013

La regola del silenzio

L'ultimo film di Redford è come spesso accade per questo regista un film abbastanza lento nonostante si fosse presentato come un thriller in stile fuga/inseguimento. Personalmente il film non mi è dispiaciuto anche se poi quando le luci si riaccendono ti rimangono nella testa alcuni elementi della trama che non tornano, alcuni tasselli che non sono al posto giusto. Innanzitutto c'è una certa confusione sull'importanza delle varie linee narrative; le due principali, ovvero quella del fuggiasco Redford e quella del giornalista LaBeouf, sembrano avere entrambe la stessa importanza, ma entrambe alla fine finiscono senza alcun colpo di scena particolare, quasi nell'anonimato. Soprattutto la storia del giovane giornalista assume i contorni della favoletta perchè non rispetta alcuna logica legata al realismo. Abbiamo infatti un giovane giornalista di un piccolo quotidiano locale che scopre dei terroristi che si nascondevano tranquillamente da più di 30 anni, fa domande e ottiene risposte da tutti neanche fosse un agente dell'FBI, diventa chissà perchè l'unico depositario delle verità dei vari protagonisti e poi alla fine si trova di fronte ad una scelta del tutto banale che ci viene presentata come se fosse il più grave dei dilemmi etici. Insomma proprio non funziona, soprattutto per il finale, questo percorso compiuto dal giovane giornalista alla ricerca di una verità che gli viene sempre e senza alcun motivo offerta su un vassoio d'argento. 
Più interessanti risultano alla fine le riflessioni che il regista vuole fare sul terrorismo, sul pentimento, sul rimorso, sul perdono. A noi italiani che abbiamo conosciuto la stagione del terorrismo dovrebbero interessare questo argomento. Quanto a lungo durano le colpe? E' giusto a volte perdonare o provare a  capire? Domande interessanti sulle quali Redford riflette nei momenti più lenti e noiosi del film che però alla fine diventano gli unici un po' stimolanti.

domenica 23 dicembre 2012

Masterchef - Seconda edizione

Leggo oggi una recensione positiva di Masterchef da parte di Aldo Grasso. Mi trovo ampiamente d'accordo sulla qualità del programma rispetto al panorama generale della tv italiana e in particolare rispetto agli altri programmi appartenenti allo stesso genere, ovvero il reality. Volevo soltanto far notare un paio di cambiamenti rispetto alla prima stagione della stessa trasmissione che ancora non mi convincono e che nelle prime quattro puntate mi hanno lasciato perplesso.
Prima di tutto quest'anno la ricerca del personaggio e del caso umano sembra ancora più spinta, più marcata e, cosa ancora più grave, più facilmente visibile agli occhi dello spettatore.
In secondo luogo il lavoro di post-produzione e montaggio interviene in questa edizione in modo ancora più deciso e si trasforma talvolta da montaggio invisibile che dovrebbe rendere molto più scorrevole e funzionale il racconto televisivo in montaggio visibile, netto, eccessivamente artefatto. La costruzione della narrazione è diventata a mio avviso molto più decisa, la mano degli autori molto più incombente. Anche da un punto di vista tecnico alcuni tagli di montaggio palesi creano incongruenze (per esempio inquadratura con 17 concorrenti al lato dello studio giustapposta ad uno stacco in cui erano ancora tutti nelle loro postazioni di cucina) che possono raffreddare l'empatia che si cerca di costruire tra spettatore e protagonista del reality.
Detto ciò il mio giudizio sul programma resta positivo e credo che insieme ad X Factor rappresenti uno dei segnali migliori che la tv a pagamento stia dando in questo periodo (soprattutto nei confronti di una generalista sempre più alla deriva).

venerdì 6 aprile 2012

Il ragazzo con la bicicletta



Cyril ha dodici anni, una bicicletta e un padre insensibile che non lo vuole più. ‘Parcheggiato' in un centro di accoglienza per l'infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ‘a darlo via' insieme alla sua bicicletta. Durante l'ennesima fuga incontra e ‘sceglie' per sé Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile, Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali Cyril (ri)troverà la strada di casa.


Note di regia: i fratelli Dardenne non abbandonano lo stile che li contraddistingue e continuano a seguire molto da vicino con la camera a mano i loro protagonisti. Questo stile di regia, più documentaristico che cinematografico, restituisce dal punto di vista visivo l'emotività del protagonista Cyril. La sua ansia di ritrovare il padre, la rabbia che fatica a contenere sono ben rappresentate dai continui movimenti di macchina, dalla concitazione di una regia perfetta nel penetrare nei sentimenti e nella psiche dei personaggi e nel coinvolgere lo spettatore rendendolo totalmente partecipe di ciò a cui sta assistendo. Altro aspetto interessante è la quasi totale assenza di accompagnamento musicale. Gli unici momenti in cui è presente una colonna sonora sono quelli in cui il padre rifiuta Cyril e nell'ultima scena, quando il ragazzo si allontana con la bicicletta. In entrambi i casi la musica è la stessa, ma se nel primo caso segnava l'abbandono del genitore, nell'altro sottolinea l'opposto, la corsa di Cyril verso una nuova (e finalmente serena) vita.


Temi

La famiglia che non c'è: in questo film la famiglia tradizionale è inesistente ed è sostituita da alcune tipologie anomale.
Il primo tipo di famiglia che incontriamo è quella allargata e sostitutiva rappresentata dall'istituto in cui risiede Cyril. Una soluzione temporanea dalla quale il ragazzo vuole continuamente fuggire per ricercare il padre.
La seconda famiglia è quella naturale, rappresentata per l'appunto dal padre di Cyril. Un padre che però ha di fatto abbandonato il figlio e che non ha alcuna intenzione di riprenderselo. Questa non è più una famiglia, ma è soltanto il ricordo di una famiglia che fu, ma che non potrà più essere. Inoltre non si fa mai riferimento alla madre, figura totalmente assente dal racconto.
La terza famiglia è quella che potremmo definire adottiva, rappresentata da Samantha. Una donna sola che sostituisce la figura materna, ma che ovviamente fatica a riempire il vuoto di un padre assente.
La quarta famiglia che incontriamo è quella rappresentata dal bullo che attira Cyril con secondi fini paventandogli l'idea di ospitarlo a casa sua, di dargli una nuova famiglia accogliente.
Infine abbiamo la famiglia composta da padre e figlio che entra in scena quando Cyril compie il furto. Una famiglia apparentemente normale che invece si rivela come una famiglia disonesta, pronta a coprire l'eventuale omicidio del ragazzo.

Uomini irresponsabili: il film è pieno di figure maschili caratterizzate dall'irresponsabilità.
Il padre di Cyril: un uomo che abbandona il figlio in istituto e che non vuole prendersi la responsabilità di allevarlo (dice “è troppo per me, non posso pensare a lui; mi sto rifacendo una vita e se c'è lui non funziona”). Addirittura quest'uomo non vuole neanche prendersi la responsabilità di dire chiaramente al figlio come stanno le cose, continuando ad illuderlo che un giorno lo chiamerà e delegando a Samantha il compito di dire al figlio la verità.
Il fidanzato di Samantha: un uomo che in teoria potrebbe diventare la figura paterna di Cyril. Invece non accetta di prendersi le proprie responsabilità e dice alla sua fidanzata di scegliere tra lui e il ragazzo.
Il bullo: un'altra possibile figura paterna alla quale Cyril si rivolge, un apparentemente “duro” che di fronte al rischio di finire nei guai scarica tutta la responsabilità sul ragazzino.
Uomo e figlio aggrediti: dapprima vittime di Cyril e apparentemente portatori di normalità all'interno del film, rivelano un lato oscuro quando credendo di aver fatto morire Cyril rifiutano la responsabilità dell'accaduto. Il padre infatti dice al figlio di inventarsi una storia secondo la quale Cyril sarebbe caduto da solo dall'albero. 

lunedì 14 novembre 2011

Inception visto da Simone Belletti


A proposito di Inception ho sentito parecchie persone affermare che è un film straordinario (addirittura?! Non credo si debba usare una simile parola con tale generosità, quando poi servirà davvero avrà perso la sua forza). Non ho ancora trovato chi non concordi sul grande impatto degli effetti speciali, non è però un film che si ricorda unicamente per gli effetti speciali. A colpire il pubblico sono anche altri aspetti.
Ad esempio ho sentito lodare la trama e l’intreccio, secondo alcuni assolutamente perfetti (accidenti! Certi tipi non possono proprio fare a meno di rovinarsi in questo modo le parole).
A parte i toni enfatici molti sono rimasti colpiti dalla trama, dall’affascinante avventura che ci propone (o propina) Nolan. Ma è davvero così ben scritta la trama?
Ebbene: eccoci alla vera missione, complessa e rischiosa. Si tratta di entrare nella mente di un magnate dell’economia e introdurvi un’idea.
Tutto quello che abbiamo visto sin’ora era l’antipasto, adesso iniziare la parte più mozzafiato del film, un labirinto onirico complicatissimo raccontato da un regista che ha tra le mani grandi effetti speciali e una storia che non chiede altro.

lunedì 31 ottobre 2011

Melancholia, due punti di vista a confronto

All'università un professore di montaggio mi disse che il cinema non può mai essere simbolico o metaforico, ma deve sempre essere narrativo. Ecco, per chi la pensa così questo film di Von Trier non è consigliabile. Non che non ci sia una storia, ma senza dubbio quest'opera è pregna di significati simbolici e metafore. E tutto ciò, dal punto di vista prettamente cinematografico e narrativo, porta ad un film dall'andamento piuttosto lento e a tratti noioso.
Dal punto di vista simbolico e linguistico, però, questo film ha qualcosa che lo rende interessante.

martedì 25 ottobre 2011

Riflessioni su Arancia meccanica di Simone Belletti


Leggendo una recensione il caso tiranno mi ha fatto imbattere in una frase: “i drughi di Caligari”, il regista del film recensito, “sono intellettualmente meno ambiziosi”. La citazione di Arancia meccanica offre un ottimo spunto di riflessione: questo film non è ancora genuinamente compreso (neanche da chi di cinema dovrebbe masticarne).

martedì 18 ottobre 2011

I soliti idioti

Il film tratto dalla fortunata sketch comedy televisiva uscirà nelle sale il 4 novembre. Dopo aver visto il trailer mi sono venuti alcuni dubbi:


1) Il rischio che questa operazione fallisca (non necessariamente in termini di incassi, ma soprattutto in termini di qualità) è alto. Le trasposizioni da tv a cinema sono spesso complicate e, salvo qualche rara eccezione (i primi Aldo, Giovanni e Giacomo, Checco Zalone), difficilmente riescono bene.

mercoledì 12 ottobre 2011

A proposito di Steve Jobs


Dopo la morte di Steve Jobs ho deciso di pubblicare la foto apparsa sul sito Apple senza nessun commento. Ora, dopo qualche giorno e dopo aver visto quante e quali reazioni abbia scatenato questo avvenimento, mi sento di esprimere la mia opinione.

martedì 27 settembre 2011

Contagion

Contagion è un film che avrebbe potuto essere molti buoni film, ma che alla fine non riesce ad esserne nessuno.
Non è un film di genere, alla Virus Letale tanto per intenderci. E quindi il tema dell'epidemia virale che si espande su scala mondiale resta ad un livello superficiale e non provoca tensione ed ansia nello spettatore.
Non è un film, come molti hanno sostenuto, sul tema dei media e di come possono propagare le notizie nell'era del 2.0. Questo tema, pur presente, resta infatti anch'esso ad un livello superficiale contraddistinto da un personaggio piatto e poco approfondito (il blogger interpretato da Jude Law) che non consente alcuna immedesimazione. Inoltre le riflessioni sulla controinformazione dei blog o sul diffondersi di notizie riservate non propongono nulla di nuovo, nessun nuovo spunto di riflessione, ma si limitano a riportare la situazione attuale dei nuovi media senza alcuna novità particolare.
Inoltre il film è condito da: una scena chirurgica in stile "Hannibal" del tutto ingiustificata e completamente avulsa dal tono della storia, un personaggio che viene rapito e del quale non si sa più nulla per tutto il film fino alla scena finale, questioni aperte e lasciate in sospeso senza alcuna motivazione narrativa (il blogger mentiva o era davvero malato?, la cura proposta dal blogger funzionava? il governo voleva davvero nascondere quella cura?) e momenti che dovrebbero essere l'apoteosi della tensione o dell'emozioni fatti passare senza alcuna carica emotiva (per esempio il momento della scoperta del vaccino).
Insomma..si è capito che non mi è piaciuto? :-)

martedì 26 luglio 2011

DVD: Il Grinta


Questo film conferma il grande talento registico dei fratelli Coen. E' un grande film, epico, molto americano nei temi e nel punto di vista, un western fuori tempo massimo che rende onore al genere e che merita pienamente di stare tra i migliori western dell'epoca d'oro.

Le inquadrature sono perfette, bilanciate, altamente significative in ogni minimo dettaglio, illuminate nel miglior modo possibile.

La recitazione, soprattutto quella di Jeff Bridges, è di grande spessore e dona grande emotività ad una storia altrimenti piuttosto semplice.

p.s.: ho visto il film in lingua originale con sottotitoli, ho provato per curiosità a vederne poi un frammento doppiato. E' incredibile quanto perda di potenza ed impatto tutto il film, l'impianto narrativo e soprattutto la recitazione dei bravi protagonisti.

domenica 24 luglio 2011

DVD: La versione di Barney


Un film sorprendente che ha il merito di provocare nello spettatore i sentimenti più diversi. Divertente nella prima parte, triste e malinconico nella seconda, è un film che non abbandona mai lo spettatore a se stesso, ma lo coinvolge totalmente nella vita di Barney, magistralmente interpretato da Paul Giamatti. Una vita per niente scontata di un personaggio per niente buono nè buonista, misantropo, traditore, scorbutico e forse proprio per queste sue debolezze così tanto vicino a noi. Un anti eroe in cerca d'amore che inevitabilmente si rovina con le proprie mani.

Da segnalare una finalmente grande interpretazione di Dustin Hoffman nel ruolo del padre.


mercoledì 6 luglio 2011

I Liceali, un buon prodotto

Non ho seguito assiduamente la serie "I Liceali", ma dopo aver visto il finale di stagione devo ricredermi in merito ad alcuni miei pregiudizi a proposito di fiction italiana. A parte la recitazione, che continuo a ritenere non all'altezza di certi prodotti americani, mi è apparso subito chiaro che il lavoro degli sceneggiatori è stato davvero all'altezza. La storia, seppur attraversata da alcuni clichè sul mondo scolastico, sta decisamente in piedi e appassiona anche gli spettatori meno ingenui. Inoltre la costruzione del climax finale ha riservato in quest'ultima puntata una sorpresa interessante. Abbiamo assistito infatti ad un bell'esempio di integrazione tra media diversi (il protagonista partecipa ad una puntata di Chi vuol essere Milionario), ben escogitato e ben recitato (anche da Gerry Scotti che interpreta in modo molto naturale se stesso). Inoltre risulta ben riuscito il modo in cui la fiction utilizzi il meccanismo thriller del game show al fine di creare tensione all'interno della storia narrata. Dunque una commistione di generi e di media (non una novità epocale, basti pensare al film premio oscar The millionaire, ma si tratta pur sempre di fiction italiana!) ben fatta e di impatto emotivo di buon livello.

lunedì 6 giugno 2011

The tree of life, che noia!

Il film di Terrence Malick, vincitore a Cannes 2011, delude le attese degli spettatori e si rivela per essere un'opera decisamente poco comprensibile.
In sostanza il regista si produce in riflessioni filosofico-religiose che poco hanno a che fare con la forma "cinema". Il tentativo è quello di mettere in parallelo l'universale e il particolare, ovvero la storia dell'universo e la storia di una famiglia qualsiasi. Il progetto si rivela sterile poiché depotenziato in ogni suo aspetto narrativo ed emotivo. Le lunghe e noiose inquadrature dei movimenti dei pianeti e del sole e degli eventi naturali della Terra perdono il loro fascino visivo scadendo troppo spesso in ambito documentaristico televisivo (stile National Geographic) e interrompendo per tempi troppo lunghi la storia interpetata da Brad Pitt. I conflitti famigliari diventano così poco coinvolgenti per lo spettatore che, tra uno sbadiglio e l'altro, continua a chiedersi quando finirà il primo documentario sulla storia dell'Universo spacciato per film narrativo e addirittura premiato con la Palma d'Oro.

giovedì 19 maggio 2011

Nuovi linguaggi televisivi - Il testimone

Nuovi linguaggi televisivi sono ancora possibili. E non solo sulle pay-tv. Da diverso tempo avevamo tutti la sensazione che gli unici che potessero permettersi la sperimentazione di nuovi linguaggi, nuove modalità di messa in scena televisiva, fossero i programmi realizzati su Sky, destinati per nascita a nicchie di pubblico ben precise e per questo più libere da vincoli di audience, pubblicità ecc...
La sensazione è pressoché vera, ma ci sono alcune importanti eccezioni che secondo me meritano di essere citate.
La prima è rappresentata da "Il testimone", programma in onda su MTV e condotto da Pif. Ci sono almeno tre elementi che a mio parere sono allo stesso tempo vincenti ed innovativi:

1) Pif - Il conduttore di questo programma si pone proprio come dice il titolo stesso nelle condizioni di testimone di eventi, storie, persone e le riporta al pubblico in uno scambio alla pari. Lui scopre insieme allo spettatore le storie che ci vengono mostrate, con noi si stupisce, si indigna, si diverte. In questa comunicazione "peer to peer" tra conduttore e spettatori risiede a mio parere il primo punto vincente de "Il testimone";

2) Riprese e montaggio - Strettamente connesso al primo punto troviamo uno stile di riprese del tutto inusuale per la nostra televisione. Pif si aggira con una telecamera amatoriale e non si preoccupa di effettuare riprese mosse, sfocate, con audio scadente. Questa scelta va nella stessa direzione di cui parlavo prima, rende tutto il programma più simile a noi. Pif, che evidentemente non è un cameraman, riprende ciò che ci vuole mostrare proprio come la maggior parte di noi riprenderebbero quella stessa cosa, cioè con uno stile che potremmo definire da "filmino delle vacanze";

3) Storie e narrazione - Non può esserci a mio avviso una trasmissione di successo senza che vi sia alla base una narrazione solida e ben costruita. I racconti di Pif (perchè di racconti veri e propri si tratta) sono quasi sempre caratterizzati da una circolarità della storia che racchiude come in un puzzle perfetto tutti i pezzi necessari per vivere la vicenda che ci viene raccontata: lo spettatore ride, riflette, si commuove e alla fine, quando spegne la tv, qualcosa in lui è cambiato. Proprio come quando chiudiamo un buon libro, o usciamo dal cinema, noi non siamo più gli stessi di quando eravamo entrati o di quando avevamo aperto il libro. Se la narrazione è buona non solo ci sentiamo diversi, ma sentiamo anche di aver appreso qualcosa in più; non necessariamente conoscenze, ma anche e soprattutto emozioni, sentimenti, pensieri.

venerdì 6 maggio 2011

Vivere (bene) anche senza Facebook


Da più di un anno ho deciso di chiudere il mio account Facebook. Ne ho aperto uno nuovo poche settimane fa soltanto per comunicare con alcuni miei studenti che pare non abbiano altri strumenti a disposizione. Di fatto non utilizzo più il social network e devo ammettere che vivo meglio. Chiariamo subito che non mi schiero affatto tra gli "apocalittici" nei confronti dei nuovi media, tanto più che ne sto parlando su un blog. Resto convinto però che, con l'utilizzo che la maggior parte delle persone (non solo teenager) fa di Facebook siano più i danni che i vantaggi. Pochi giorni fa un servizio delle Iene ha dimostrato che togliendo la possibilità ad alcuni adolescenti di andare su Fb e di scrivere sms si ottengano due risultati: da un lato si assistono a reazione che hanno molto a che fare con le crisi d'astinenza da droghe (ansia, depressione...) e dall'altro si notano col passare dei giorni effetti positivi per esempio sulla capacità di concentrazione dei ragazzi.
E' evidente che ormai la socialità mediata di Facebook e degli altri social network abbia sostituito la socialità reale dell'incontro faccia a faccia, così come quella dell'sms abbia sostituito quella della telefonata voce a voce. Io penso che la ricerca spasmodica di amici online denoti una grande e preoccupante solitudine di fondo e che abbia reso soprattutto gli adolescenti incapaci di intrattenere relazioni sociali "vere", con ovvi danni sulla capacità di integrarsi in gruppi (classe, squadra sportiva, ufficio...).
Per quanto mi riguarda ritengo che l'attività educativa dei genitori e degli insegnanti debba andare in una direzione nella quale si riesca a riportare l'uso dei social network in un ambito diverso. L'utilità e la semplicità di un certo tipo di comunicazione non devono essere negate, ma quando si hanno più amici su Facebook che nella vita reale bisogna iniziare a preoccuparsi davvero.