All'università un professore di montaggio mi disse che il cinema non può mai essere simbolico o metaforico, ma deve sempre essere narrativo. Ecco, per chi la pensa così questo film di Von Trier non è consigliabile. Non che non ci sia una storia, ma senza dubbio quest'opera è pregna di significati simbolici e metafore. E tutto ciò, dal punto di vista prettamente cinematografico e narrativo, porta ad un film dall'andamento piuttosto lento e a tratti noioso.Dal punto di vista simbolico e linguistico, però, questo film ha qualcosa che lo rende interessante.
1) Melancholia = Justine
Melancholia, titolo del film e nome del pianeta che sta per scontrarsi con la Terra, è anche il nome con il quale i greci prima e i latini poi identificavano l'umore nero, la depressione. E proprio da questa malattia è affetta Justine, una delle due sorelle protagoniste del film e interpretata da Kirsten Dunst. Justine e il pianeta Melancholia sono di fatto la stessa cosa, esprimono gli stessi sentimenti. Justine con la sua grave depressione ha già di fatto smesso di vivere, messo fine al proprio mondo esattamente come fisicamente sta per fare il suo alter ego pianeta minaccioso. Inoltre sarà lei, la malata e la più instabile tra i protagonisti, l'unica a saper come affrontare l'impatto del pianeta e la fine di tutte le cose, proprio perché si trova già in tali condizioni. Infatti mentre gli altri protagonisti adulti perdono la testa (la sorella tenta un'improbabile quanto inutile fuga in paese e poi propone di aspettare la fine del mondo bevendo vino e ascoltando musica, il marito della sorella addirittura si toglie la vita), Justine mantiene la calma, la tranquillità di chi già aveva nell'animo la morte e di chi aspetta questo evento per porre fine alle proprie sofferenze.
Il fatto che Justine sia la personificazione del pianeta portatore di morte lo capiamo perfettamente anche dall'ultima inquadratura. Infatti nel momento in cui il pianeta sta per arrivare al fatale impatto Justine è di fronte alla cinepresa proprio come il pianeta stesso. In questo momento abbiamo dunque la rappresentazione fisica di quello di cui abbiamo parlato prima.
2) La buca 19
Durante la prima parte del film più volte viene detto che la casa nella quale si svolge l'azione ha annesso un campo da golf con 18 buche. Nelle scene finali, però, vediamo la sorella di Justine, Claire, attraversare il campo e passare di fronte ad una buca recante la bandierina con il numero 19. Questa buca è la rappresentazione del luogo che non esiste, una sorta di isola che non c'è nella quale Claire tenta di portare suo figlio in un estremo tentativo di sottrarlo alla morte che sta per coinvolgere tutto il pianeta. Dunque una buca che non doveva esserci appare proprio quando Claire perde la testa ed entra, forse, in uno stato di onirica follia; un luogo che non c'è proprio come non ci può essere la salvezza che la donna sta disperatamente cercando.
3) La camera a mano
L'uso estremo della camera a mano, personalmente una soluzione che non gradisco dal punto di vista visivo, porta con sè alcuni significati. A mio parere è il sintomo linguistico dell'inquietudine e della malattia di Justine, è l'instabilità del pianeta Terra che sta per finire; è, inoltre, il modo migliore per portare lo spettatore dentro alla storia, dentro alla malattia. Non è, invece, un modo per rendere più vivace la messa in scena che resta, volutamente, monocorde anche nei momenti di maggiore pathos. Da notare, infine, che soltanto all'inizio e alla fine del film, cioè nei momenti in cui viene messa in scena la fine del mondo, la cinepresa è ferma, l'inquadratura fissa forse per voler fermare quell'ultimo istante, quell'ultimo fotogramma di vita sulla Terra.
Francesco Baglio
Qui non si farà una recensione vera e
propria e tantomeno un’analisi del film, mi interessa piuttosto
suggerire alcuni spunti. Se quindi si ignoreranno alcuni aspetti
dell’opera è appunto perché le esposizioni complete non mi vanno
a genio, preferisco quelle frammentarie e parziali che almeno danno
la possibilità di fare qualche approfondimento.
Direi che si può fare un interessante
parallelismo con “ La coscienza di Zeno” (sia chiaro che
ovviamente sono due opere su piani ben diversi). Si parla nel film
infatti della gabbia dell’esistenza, della malattia della vita che
non dà scampo e corrode Justine in mezzo ai “sani” coloro che si
nascondono dietro le certezze, la normalità, la miserabile
apparenza, che insomma si trovano proprio bene nella loro gabbia.
Ovviamente non si può guarire poiché non esiste la vita senza la
malattia dell’esistenza; quale speranza resta allora agli uomini?
Ecco la risposta di Svevo: una catastrofe inaudita, un ordigno che
distruggerà la terra “Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno
udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli
priva di parassiti e di malattie”. La stessa risposta la dà Von
Trier: la Terra è cattiva, l’unica soluzione che si prospetta per
gli uomini è la totale distruzione che cancellerà tutto questo.
Detto ciò, il film è davvero noioso,
già perché forse Von Trier (e un’agguerrita schiera di critici ed
autori) crede che un film per essere un’opera cinematografica debba
essere pesante e magniloquente, un po’ come pensare che un libro
per non essere considerato un romanzetto da quattro soldi debba
essere lungo e noioso tanto da renderne fastidiosa la lettura. Molti
scrittori e critici letterari non sarebbero d’accordo.

Un fotogramma della sequenza iniziale suggerisce la dimensione dei vostri marron glacè alla fine della proiezione
boh..non sono un cinefilo, non sono un intellettuale o intelletualoide, non sono un fan di von Trier, però questo film mi è piaciuto e non mi ha annoiato. Non si deve essere dei critici per riconoscere che forse è nella lentezza che si possono dispiegare al meglio una serie di significati
RispondiEliminaNoioso il film non credo, forse il tema del matrimonio nella prima parte: i matrimoni essendo si per sé noiosi, fanno sembrare noioso anche il film. Il film di per sé è piuttosto angosciante e il suo scopo pare essere proprio quello di scatenare la propria angoscia, una frustrazione tale da ritrovarsi faccia a faccia con la propria angoscia.
RispondiEliminaComunque, complimenti, questa è sicuramente la migliore analisi che abbia letto.