Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post

martedì 8 gennaio 2013

La regola del silenzio

L'ultimo film di Redford è come spesso accade per questo regista un film abbastanza lento nonostante si fosse presentato come un thriller in stile fuga/inseguimento. Personalmente il film non mi è dispiaciuto anche se poi quando le luci si riaccendono ti rimangono nella testa alcuni elementi della trama che non tornano, alcuni tasselli che non sono al posto giusto. Innanzitutto c'è una certa confusione sull'importanza delle varie linee narrative; le due principali, ovvero quella del fuggiasco Redford e quella del giornalista LaBeouf, sembrano avere entrambe la stessa importanza, ma entrambe alla fine finiscono senza alcun colpo di scena particolare, quasi nell'anonimato. Soprattutto la storia del giovane giornalista assume i contorni della favoletta perchè non rispetta alcuna logica legata al realismo. Abbiamo infatti un giovane giornalista di un piccolo quotidiano locale che scopre dei terroristi che si nascondevano tranquillamente da più di 30 anni, fa domande e ottiene risposte da tutti neanche fosse un agente dell'FBI, diventa chissà perchè l'unico depositario delle verità dei vari protagonisti e poi alla fine si trova di fronte ad una scelta del tutto banale che ci viene presentata come se fosse il più grave dei dilemmi etici. Insomma proprio non funziona, soprattutto per il finale, questo percorso compiuto dal giovane giornalista alla ricerca di una verità che gli viene sempre e senza alcun motivo offerta su un vassoio d'argento. 
Più interessanti risultano alla fine le riflessioni che il regista vuole fare sul terrorismo, sul pentimento, sul rimorso, sul perdono. A noi italiani che abbiamo conosciuto la stagione del terorrismo dovrebbero interessare questo argomento. Quanto a lungo durano le colpe? E' giusto a volte perdonare o provare a  capire? Domande interessanti sulle quali Redford riflette nei momenti più lenti e noiosi del film che però alla fine diventano gli unici un po' stimolanti.

domenica 23 dicembre 2012

Masterchef - Seconda edizione

Leggo oggi una recensione positiva di Masterchef da parte di Aldo Grasso. Mi trovo ampiamente d'accordo sulla qualità del programma rispetto al panorama generale della tv italiana e in particolare rispetto agli altri programmi appartenenti allo stesso genere, ovvero il reality. Volevo soltanto far notare un paio di cambiamenti rispetto alla prima stagione della stessa trasmissione che ancora non mi convincono e che nelle prime quattro puntate mi hanno lasciato perplesso.
Prima di tutto quest'anno la ricerca del personaggio e del caso umano sembra ancora più spinta, più marcata e, cosa ancora più grave, più facilmente visibile agli occhi dello spettatore.
In secondo luogo il lavoro di post-produzione e montaggio interviene in questa edizione in modo ancora più deciso e si trasforma talvolta da montaggio invisibile che dovrebbe rendere molto più scorrevole e funzionale il racconto televisivo in montaggio visibile, netto, eccessivamente artefatto. La costruzione della narrazione è diventata a mio avviso molto più decisa, la mano degli autori molto più incombente. Anche da un punto di vista tecnico alcuni tagli di montaggio palesi creano incongruenze (per esempio inquadratura con 17 concorrenti al lato dello studio giustapposta ad uno stacco in cui erano ancora tutti nelle loro postazioni di cucina) che possono raffreddare l'empatia che si cerca di costruire tra spettatore e protagonista del reality.
Detto ciò il mio giudizio sul programma resta positivo e credo che insieme ad X Factor rappresenti uno dei segnali migliori che la tv a pagamento stia dando in questo periodo (soprattutto nei confronti di una generalista sempre più alla deriva).

venerdì 6 aprile 2012

Il ragazzo con la bicicletta



Cyril ha dodici anni, una bicicletta e un padre insensibile che non lo vuole più. ‘Parcheggiato' in un centro di accoglienza per l'infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ‘a darlo via' insieme alla sua bicicletta. Durante l'ennesima fuga incontra e ‘sceglie' per sé Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile, Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali Cyril (ri)troverà la strada di casa.


Note di regia: i fratelli Dardenne non abbandonano lo stile che li contraddistingue e continuano a seguire molto da vicino con la camera a mano i loro protagonisti. Questo stile di regia, più documentaristico che cinematografico, restituisce dal punto di vista visivo l'emotività del protagonista Cyril. La sua ansia di ritrovare il padre, la rabbia che fatica a contenere sono ben rappresentate dai continui movimenti di macchina, dalla concitazione di una regia perfetta nel penetrare nei sentimenti e nella psiche dei personaggi e nel coinvolgere lo spettatore rendendolo totalmente partecipe di ciò a cui sta assistendo. Altro aspetto interessante è la quasi totale assenza di accompagnamento musicale. Gli unici momenti in cui è presente una colonna sonora sono quelli in cui il padre rifiuta Cyril e nell'ultima scena, quando il ragazzo si allontana con la bicicletta. In entrambi i casi la musica è la stessa, ma se nel primo caso segnava l'abbandono del genitore, nell'altro sottolinea l'opposto, la corsa di Cyril verso una nuova (e finalmente serena) vita.


Temi

La famiglia che non c'è: in questo film la famiglia tradizionale è inesistente ed è sostituita da alcune tipologie anomale.
Il primo tipo di famiglia che incontriamo è quella allargata e sostitutiva rappresentata dall'istituto in cui risiede Cyril. Una soluzione temporanea dalla quale il ragazzo vuole continuamente fuggire per ricercare il padre.
La seconda famiglia è quella naturale, rappresentata per l'appunto dal padre di Cyril. Un padre che però ha di fatto abbandonato il figlio e che non ha alcuna intenzione di riprenderselo. Questa non è più una famiglia, ma è soltanto il ricordo di una famiglia che fu, ma che non potrà più essere. Inoltre non si fa mai riferimento alla madre, figura totalmente assente dal racconto.
La terza famiglia è quella che potremmo definire adottiva, rappresentata da Samantha. Una donna sola che sostituisce la figura materna, ma che ovviamente fatica a riempire il vuoto di un padre assente.
La quarta famiglia che incontriamo è quella rappresentata dal bullo che attira Cyril con secondi fini paventandogli l'idea di ospitarlo a casa sua, di dargli una nuova famiglia accogliente.
Infine abbiamo la famiglia composta da padre e figlio che entra in scena quando Cyril compie il furto. Una famiglia apparentemente normale che invece si rivela come una famiglia disonesta, pronta a coprire l'eventuale omicidio del ragazzo.

Uomini irresponsabili: il film è pieno di figure maschili caratterizzate dall'irresponsabilità.
Il padre di Cyril: un uomo che abbandona il figlio in istituto e che non vuole prendersi la responsabilità di allevarlo (dice “è troppo per me, non posso pensare a lui; mi sto rifacendo una vita e se c'è lui non funziona”). Addirittura quest'uomo non vuole neanche prendersi la responsabilità di dire chiaramente al figlio come stanno le cose, continuando ad illuderlo che un giorno lo chiamerà e delegando a Samantha il compito di dire al figlio la verità.
Il fidanzato di Samantha: un uomo che in teoria potrebbe diventare la figura paterna di Cyril. Invece non accetta di prendersi le proprie responsabilità e dice alla sua fidanzata di scegliere tra lui e il ragazzo.
Il bullo: un'altra possibile figura paterna alla quale Cyril si rivolge, un apparentemente “duro” che di fronte al rischio di finire nei guai scarica tutta la responsabilità sul ragazzino.
Uomo e figlio aggrediti: dapprima vittime di Cyril e apparentemente portatori di normalità all'interno del film, rivelano un lato oscuro quando credendo di aver fatto morire Cyril rifiutano la responsabilità dell'accaduto. Il padre infatti dice al figlio di inventarsi una storia secondo la quale Cyril sarebbe caduto da solo dall'albero. 

lunedì 14 novembre 2011

Inception visto da Simone Belletti


A proposito di Inception ho sentito parecchie persone affermare che è un film straordinario (addirittura?! Non credo si debba usare una simile parola con tale generosità, quando poi servirà davvero avrà perso la sua forza). Non ho ancora trovato chi non concordi sul grande impatto degli effetti speciali, non è però un film che si ricorda unicamente per gli effetti speciali. A colpire il pubblico sono anche altri aspetti.
Ad esempio ho sentito lodare la trama e l’intreccio, secondo alcuni assolutamente perfetti (accidenti! Certi tipi non possono proprio fare a meno di rovinarsi in questo modo le parole).
A parte i toni enfatici molti sono rimasti colpiti dalla trama, dall’affascinante avventura che ci propone (o propina) Nolan. Ma è davvero così ben scritta la trama?
Ebbene: eccoci alla vera missione, complessa e rischiosa. Si tratta di entrare nella mente di un magnate dell’economia e introdurvi un’idea.
Tutto quello che abbiamo visto sin’ora era l’antipasto, adesso iniziare la parte più mozzafiato del film, un labirinto onirico complicatissimo raccontato da un regista che ha tra le mani grandi effetti speciali e una storia che non chiede altro.

lunedì 31 ottobre 2011

Melancholia, due punti di vista a confronto

All'università un professore di montaggio mi disse che il cinema non può mai essere simbolico o metaforico, ma deve sempre essere narrativo. Ecco, per chi la pensa così questo film di Von Trier non è consigliabile. Non che non ci sia una storia, ma senza dubbio quest'opera è pregna di significati simbolici e metafore. E tutto ciò, dal punto di vista prettamente cinematografico e narrativo, porta ad un film dall'andamento piuttosto lento e a tratti noioso.
Dal punto di vista simbolico e linguistico, però, questo film ha qualcosa che lo rende interessante.

martedì 25 ottobre 2011

Riflessioni su Arancia meccanica di Simone Belletti


Leggendo una recensione il caso tiranno mi ha fatto imbattere in una frase: “i drughi di Caligari”, il regista del film recensito, “sono intellettualmente meno ambiziosi”. La citazione di Arancia meccanica offre un ottimo spunto di riflessione: questo film non è ancora genuinamente compreso (neanche da chi di cinema dovrebbe masticarne).

martedì 27 settembre 2011

Contagion

Contagion è un film che avrebbe potuto essere molti buoni film, ma che alla fine non riesce ad esserne nessuno.
Non è un film di genere, alla Virus Letale tanto per intenderci. E quindi il tema dell'epidemia virale che si espande su scala mondiale resta ad un livello superficiale e non provoca tensione ed ansia nello spettatore.
Non è un film, come molti hanno sostenuto, sul tema dei media e di come possono propagare le notizie nell'era del 2.0. Questo tema, pur presente, resta infatti anch'esso ad un livello superficiale contraddistinto da un personaggio piatto e poco approfondito (il blogger interpretato da Jude Law) che non consente alcuna immedesimazione. Inoltre le riflessioni sulla controinformazione dei blog o sul diffondersi di notizie riservate non propongono nulla di nuovo, nessun nuovo spunto di riflessione, ma si limitano a riportare la situazione attuale dei nuovi media senza alcuna novità particolare.
Inoltre il film è condito da: una scena chirurgica in stile "Hannibal" del tutto ingiustificata e completamente avulsa dal tono della storia, un personaggio che viene rapito e del quale non si sa più nulla per tutto il film fino alla scena finale, questioni aperte e lasciate in sospeso senza alcuna motivazione narrativa (il blogger mentiva o era davvero malato?, la cura proposta dal blogger funzionava? il governo voleva davvero nascondere quella cura?) e momenti che dovrebbero essere l'apoteosi della tensione o dell'emozioni fatti passare senza alcuna carica emotiva (per esempio il momento della scoperta del vaccino).
Insomma..si è capito che non mi è piaciuto? :-)

martedì 26 luglio 2011

DVD: Il Grinta


Questo film conferma il grande talento registico dei fratelli Coen. E' un grande film, epico, molto americano nei temi e nel punto di vista, un western fuori tempo massimo che rende onore al genere e che merita pienamente di stare tra i migliori western dell'epoca d'oro.

Le inquadrature sono perfette, bilanciate, altamente significative in ogni minimo dettaglio, illuminate nel miglior modo possibile.

La recitazione, soprattutto quella di Jeff Bridges, è di grande spessore e dona grande emotività ad una storia altrimenti piuttosto semplice.

p.s.: ho visto il film in lingua originale con sottotitoli, ho provato per curiosità a vederne poi un frammento doppiato. E' incredibile quanto perda di potenza ed impatto tutto il film, l'impianto narrativo e soprattutto la recitazione dei bravi protagonisti.

domenica 24 luglio 2011

DVD: La versione di Barney


Un film sorprendente che ha il merito di provocare nello spettatore i sentimenti più diversi. Divertente nella prima parte, triste e malinconico nella seconda, è un film che non abbandona mai lo spettatore a se stesso, ma lo coinvolge totalmente nella vita di Barney, magistralmente interpretato da Paul Giamatti. Una vita per niente scontata di un personaggio per niente buono nè buonista, misantropo, traditore, scorbutico e forse proprio per queste sue debolezze così tanto vicino a noi. Un anti eroe in cerca d'amore che inevitabilmente si rovina con le proprie mani.

Da segnalare una finalmente grande interpretazione di Dustin Hoffman nel ruolo del padre.


lunedì 6 giugno 2011

The tree of life, che noia!

Il film di Terrence Malick, vincitore a Cannes 2011, delude le attese degli spettatori e si rivela per essere un'opera decisamente poco comprensibile.
In sostanza il regista si produce in riflessioni filosofico-religiose che poco hanno a che fare con la forma "cinema". Il tentativo è quello di mettere in parallelo l'universale e il particolare, ovvero la storia dell'universo e la storia di una famiglia qualsiasi. Il progetto si rivela sterile poiché depotenziato in ogni suo aspetto narrativo ed emotivo. Le lunghe e noiose inquadrature dei movimenti dei pianeti e del sole e degli eventi naturali della Terra perdono il loro fascino visivo scadendo troppo spesso in ambito documentaristico televisivo (stile National Geographic) e interrompendo per tempi troppo lunghi la storia interpetata da Brad Pitt. I conflitti famigliari diventano così poco coinvolgenti per lo spettatore che, tra uno sbadiglio e l'altro, continua a chiedersi quando finirà il primo documentario sulla storia dell'Universo spacciato per film narrativo e addirittura premiato con la Palma d'Oro.